mercoledì 15 maggio 2013

lo sgomento e l'abisso


io sono contenta che esistano i giudici, i pm, i magistrati, e tutto l'ambaradàn della giustizia istituzionale.
perché se mi trovassi mai a essere la mamma di uno di questi bambini,
o di questi,
o di altri coinvolti in casi simili che ogni tanto leggo e mi tolgono il fiato,
so bene che, di fronte a chi ha fatto del male al mio bambino, io non capirei più niente
e avrei reazioni violente, ma violente davvero, di quella violenza che solo chi normalmente violenta non è può mettere in atto.
una violenza implacabile e furiosa.
ma siccome quando sono lucida,
quando uso il cervello e non la pancia,
io non credo nell'utilità della vendetta,
non credo al principio "occhio per occhio-dente per dente",
siccome di fatto sono una persona civile,
allora, io sono davvero contenta che ci sia chi può mettersi in mezzo e impedire alla bestia nera che covo dentro di me di fare ciò che bramerebbe di fare di fronte al dolore e all'umiliazione del proprio bambino.
però, please, che la Giustizia funzioni.
che queste persone colte in flagrante siano costrette per sempre a stare lontano chilometri da qualsiasi bambino,
che stiano in prigione,
che paghino senza sconti,
che si vergognino, prima o poi.
perché se, da Giuda in poi, non c'è essere più ignobile del traditore,
l'ignominia di chi tradisce un bambino è qualcosa che mai mai mai si potrà perdonare
né capire.

lunedì 6 maggio 2013

amore rancido


e allora insomma l'ultima moda adesso è aggredirti con l'acido.
no, anzi.
l'ultima moda adesso è farti aggredire con l'acido.
perché mica viene lui a deturparti la faccia.
il respinto, quello che hai amato ma ora non più,
quello che forse non hai mai voluto,
quello che vorresti lasciarti alle spalle
e ora lo sai ancora più forte che avevi ragione.
non viene lui a rischiare,
a guardarti in faccia mentre la tua pelle brucia.
assolda uomini altri,
che non sanno chi sei,
che non ti hanno mai detto ti amo, resta con me, non mi lasciare.
lui, la bocca amara di veleno, aspetta a casa,
al sicuro,
la telefonata:
tutto fatto
missione compiuta
ora paga. e godi.
perché ora tu sarai sua per sempre.
vero.
marchiata a vita.
e non potrai più dimenticare il suo amore.
un lavoretto pulito.
niente pugni.
niente sangue.
solo una livida
disgustosa
vigliaccheria.
e una nuova pagina è stata scritta.

venerdì 3 maggio 2013

parentesi


di solito mancano le persone.
quell'amica che prima vedevi tutti i giorni e adesso invece no
(lei)
i bambini d'estate, dopo un po' (un po' tanto) che sono dai nonni.
chi non c'è più, proprio più
(e son dolori).
oppure mancano i luoghi.
quello scoglio al mare, quella finestra in campagna, quel bar che hanno chiuso.

a me adesso invece manca il blog.
che è un po' come dire che mi manco io.
(possibile?)
ma è che mi sono persa via.
per carenza di tempo, per invasioni di campo.
per viaggi oltralpe, per serate occupate,
o per raffreddori virulenti che al posto del cervello ti ritrovi cotone in batuffoli.
mi sono persa tra parole altrui
o anche dentro vuoti miei.
pigrizie, mollezze.
tanto, tanto, tanto, tanto sonno
o anche fotografie e pure musica.
mi sono persa nella vita mia.
che forse va pure bene così.
(ma se diventa vizio?)

e comunque stamattina mentre venivo qui al mio nuovo lavoro fisso
(due mesi, non di più)
attraversando il parco in bici
riverbero verde tutto intorno a me
(e dentro di me)
ascoltavo questa canzone
e mi sentivo fatta della stessa materia di cui son fatti i sogni
proprio come disse il Poeta (lui sì)
tanti secoli fa.
ed ero felice (un po').
persa via (un po').
ma felice (un po').

venerdì 12 aprile 2013

noi siamo figli delle stelle. punto


e poi ti dicono che sono le stelle. ma io mica ci credo alle stelle. io che non riesco a credere in dio, figurarsi se credo alle stelle.
figurarsi.
eppure.
com'è che ho trascorso tutti in fila due, tre ma forse anche quattro tra gli anni peggiori della mia vita, che mi sono successe le cose del dolore e poi quelle dei grigi e degli inciampi, una via l'altra
che non passava settimana, a volte anche giorno, senza che qualcosa di brutto o fastidioso o antipatico mi capitasse?
sempre a rincorrere la felicità, un senso, un po' di gioia.
e sempre lì ferma inchiodata, che se anche facevo un passo avanti, poi mi toccava presto farne uno indietro, o anche due.
era tutto un andare storto, tutto una sfiga.
che poi ti dicono che sono le stelle, e a te viene voglia di crederci, ormai.
ma figurarsi.
solo che poi succede che da un giorno all'altro, come una sorta di domino che all'improvviso inizia a muoversi alla rovescia, tutto si rimette in moto.
e succedono cose che sono una più "fitting" dell'altra, cioè proprio quelle che speravi capitassero, ma anche che manco ci pensavi che potessero capitare,
così giuste, così adatte, così promettenti, che quasi non ci credi e al terzo mese di questo andazzo poi ti viene da ridere da sola.
perché com'è che adesso sembra che tutto si sia finalmente messo a posto, o quasi?
che non passa settimana, a volte anche giorno, senza che qualcosa di bello o divertente o ti capiti davvero.
che poi ti dicono che sono le stelle, e in effetti è difficile continuare a non crederci, dopo tutto questo buio e poi questo rinascere, così, di botto, come fosse il passo di una stella che ha cambiato casa, trigono o quel che è. e a seguire tutte le altre.
e insomma, io qui lo scrivo (e qui lo nego) che da tre mesi a questa parte ho le stelle dalla mia,
qui lo scrivo e ho le dita incrociate e pure le gambe e tutti i capelli e un corno in tasca e tocco ferro e via così, sacerdotessa di ogni scaramanzia, perché a dirlo chiaro e tondo che la fortuna finalmente sta dalla tua, la sfiga, che ci vede benissimo, ci mette un attimo a riprendermi con lei.
che poi ti dicono che sono le stelle...

e sì, dai, un grazie grande così a quel genio di Alan Sorrenti, che io avevo 7 anni allora e me lo ricordo, anche se non capivo.
che poi è un po' come mi sento anche oggi.

mercoledì 27 marzo 2013

un giorno dovremmo andare tutti



Quello che vedo accadere oggi è un inesorabile sgretolarsi delle (false) certezze ereditate dai genitori.
Quello che vedo, se guardo me stessa e chi mi capita di frequentare, è lo sgomento di fronte al fallimento delle promesse dentro cui siamo cresciuti: il benessere economico, l’appagamento psicologico fondato su un equivoco sistema di valori, una felicità a portata di portafogli che si allontana sempre di più.
Quello che vedo è il sorgere di domande nuove cui non è semplice trovare risposta senza dare una svolta, profonda e radicale, al proprio sguardo sulla vita.
È per questo che UN GIORNO DEVI ANDARE di Giorgio Diritti mi è parso prima di tutto un film di straordinaria attualità. Perché tutti i personaggi sono toccati da domande che li spingono a cercare, a mettersi in viaggio o, per lo meno, in ascolto.
Augusta, prima di tutti: la protagonista del film, interpretata da Jasmine Trinca, un volto che è paesaggio, è una giovane donna che in seguito a un forte trauma personale decide di partire per l’Amazzonia, dove si affianca a suor Franca, un’amica della madre che da trent’anni fa la missionaria tra gli indios.
Chiusa dentro il suo dolore, immersa in una Natura primordiale, Augusta non riesce a sentire la vicinanza di Dio, non ne sente la voce e mette in continua discussione l’operato della suora, che le appare svuotato di senso.
Incapace di trovare pace, decide di fermarsi in una “favela” di Manaus, un villaggio di palafitte dove vive la comunità povera ed emarginata della città brasiliana. Là Augusta si sente accolta, entra in sintonia con gli abitanti, fonda una sorta di cooperativa insieme a loro, si riapre addirittura all’amore, ma presto deve un’altra volta rimettersi in cammino di fronte a un nuovo dolore, a una nuova, devastante delusione prodotta dal degrado morale introdotto in quella comunità dall’affermarsi dei valori dell’uomo “civilizzato”.
Augusta arriva infine nel cuore della foresta amazzonica e sarà solo là, dentro una Natura atavica e potente, immersa nel silenzio primigenio, che troverà nuove parole per dare un senso alla sua vita, forse…
È bellissimo questo terzo film di Giorgio Diritti (dopo Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà), un regista non facile, per nulla spensierato, ma capace di condensare nei suoi film silenziosi una carica di densità che non ti lascia più per settimane intere.
È bello perché racconta di un viaggio e ti porta dentro a quel viaggio, che è fisico ma anche spirituale.
Diritti ci offre la possibilità di godere, grazie a una meravigliosa fotografia, di ciò che la maggior parte di noi mai vedrà, quel fiume, quegli alberi, quella pioggia violenta che appartengono all’altro capo del mondo.
Ma siccome il viaggio di Augusta è soprattutto un cammino alla ricerca di un senso e di una nuova felicità, allora il regista con questo film ci offre la possibilità di metterci sulla strada insieme alla sua protagonista. Diritti sollecita i nostri primi passi. Non propone un percorso definito, ma si mantiene sul limite sottile che separa i credenti dai non credenti, in un equilibrio che è territorio di dubbio e quindi di indagine. Perché per Diritti non sono le risposte codificate quelle che portano alla felicità, non i sacramenti della Chiesa né la conquista di un benessere materiale a scapito del sentire solidale proprio di una comunità. La felicità,  alla maniera di Simone Weil, sta piuttosto nell’accogliere e nell’essere accolti, sta nella relazione umana, anche quella più elementare, che non passa attraverso la parola. Perché nessun orologio, nessun bel vestito o nessuna conquista materiale saprà dare quella gioia cristallina che nasce dalla capacità di giocare con un bambino, di ridere con lui, senza più nemmeno la necessità di esserne la madre.



lunedì 25 marzo 2013

È che ogni giorno mi innamoro


Mi sa che mi sono un po' persa via.
Lontana da qui, temo.
"Sei in gestazione", mi hanno detto,
forse guardando il mio gesticolare di nuovo impazzito.
Ma io non so se sto davvero preparando a mia insaputa nuove parole che sappiano raccontare.
È vero però che rincorro storie: visioni, diari, confidenze, interviste, intuizioni.
È vero che rincorro emozioni,
che non pongo resistenza,
che mi lascio investire da quel che ogni incontro mi porta.
È vero che ogni giorno mi innamoro.
Per lo più di sorrisi di donna,
di gesti timidi,
di sguardi diritti,
di entusiasmi infantili per progetti che invidio un po'.
Sarà tutto questo piovere che rende liquido il mio sentire,
sarà l'umidità che fa un capriccio di ogni mio riccio,
o saranno le pozzanghere a terra che riflettono il cielo
e che mi sussurrano ogni volta personaggi nuovi.
E a me non resta che (in)seguirli.

mercoledì 13 marzo 2013

Se sei un sogno non svegliarmi


a me piace guardarmi intorno mentre cammino per strada.
mi piace osservare le persone che mi vengono incontro.
mi piace incrociare i bambini, 
magari con i loro papà,
ché i bambini con i papà mi sono sempre piaciuti un sacco,
mi piacciono le vecchiette quando hanno l'aria svagata,
le ragazzine che parlano fitto fitto,
i ragazzini che credono di essere grandi mentre sono ancora piccoletti sotto quel tenerissimo apparire di baffi.
Ma più di tutto mi piace quando incontro quelli che si baciano, 
quelli che non hanno ancora vent'anni e stanno lì dentro a una bolla,
in mezzo al marciapiede
o appoggiati a un muro,
e si baciano, si baciano e si baciano ancora,
per minuti che diventano ore,
si baciano che nessuno li può fermare, 
si baciano che poi dopo chissà che male le labbra,
che li puoi fotografare e loro non lo sanno,
che la gente si ferma a guardarli e loro vanno avanti,
si baciano che poi gli altri, gli esclusi, si sorridono nel superarli
perché a tutti gli viene in mente quella volta tanti anni fa
ed è subito languore.

oggi ne ho incontrati due di questi dispensatori di felicità, 
ne ho incontrati due che si baciavano sotto un ombrello che faceva capanna,
e non c'erano più il diluvio,  il traffico, lo smog.
C'era solo quel bacio
silenzioso,
travolgente.
Quel bacio che è qui, ora.
Eterno.


E questo è per quando mi baciavo anche io così.